XXX Domenica del tempo ordinario anno A – newsletter parrocchiale

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Il comandamento grande

Non è difficile, scorrendo rapidamente il Vangelo di Matteo, constatare quale sia lo sviluppo del crescente attrito tra Gesù e le autorità del popolo.

Ne abbiamo una eloquente anticipazione nei severi rimproveri di Giovanni Battista (Mt 3,7) dove li apostrofa con l’espressione “razza di vipere”. Gesù dal sua canto inizia in Mt 9 ad attirare dei sospetti potremmo dire quando, nel contesto della guarigione di un paralitico, alcuni contestano l’espressione di perdono usata da Gesù sostenendo che tale espressione sia blasfema poiché solo Dio può perdonare i peccati.

In Mt 12 lo scontro si fa più acceso: i suoi discepoli raccolgono in giorno di sabato delle spighe e Gesù li difende dicendo: “non capite che Dio vuole misericordia e non sacrifici … avete condannato uomini senza colpa.”(12,7).  Guarendo sempre di sabato un uomo dalla mano paralizzata attira su di sé dei propositi di morte (12,14). Accusato poi di cacciare dei demoni per opera di Beelzebùl (12,24) replica loro con la stessa sferzante definizione del Battista (Razza di vipere) e li accusa di essere alberi cattivi che danno frutti cattivi.

La polemica si riaccende nel capitolo 15, di nuovo sono i discepoli sotto accusa per aver mangiato senza far prima le abluzioni cultuali, Gesù replica loro insegnando che l’impuro non entra nell’uomo dalla bocca ma viene dal cuore. segue in 16,5 l’invito a guardarsi dal lievito dei farisei cioè l’ipocrisia. L’apice di questo scontro tra Gesù e le autorità lo abbiamo però al capitolo 21 dove, a seguito dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme si fa più evidente la pretesa messianica del maestro e gli scontri polemici con scribi, farisei, dottori della legge, sacerdoti, anziani, sadducei.

Ho voluto fare questa ampia introduzione perché ho come l’impressione che qui ci sia, a dispetto degli altri episodi, una scintilla di intesa. Non è facile ricostruire chi fossero gli avversari di Gesù ma non dobbiamo pensare ad un gruppo omogeneo, i gruppi che esercitavano una certa autorità religiosa a quel tempo erano diversi. Possiamo sommariamente individuare due fazioni: i sadducei (afferenti alla cerchia dei sacerdoti) per i quali il centro della vita di fede è il culto e quindi l’offerta dei sacrifici e i farisei, che sostenevano che oltre al culto del tempio fosse possibile un culto ordinario nella vita attraverso l’osservanza dei precetti della Torah. Le ripetute polemiche che i farisei muovono verso Gesù sono forse da attribuire al fatto che per certi versi l’insegnamento del Maestro era molto vicino a quello del gruppo dei farisei, che più che un loro antagonista essi lo vedessero come uno del loro gruppo al quale contestavano delle difformità rispetto ai loro usi.

Se dunque Gesù non può approvare chi pensa che sia sufficiente uccidere un vitello o bruciare dell’incenso per pareggiare i conti con Dio e ottenere il suo favore (i sadducei), ugualmente non può trovarsi d’accordo con i farisei, che sperano di tradurre il culto in una minuziosa osservanza dei precetti della legge che condizioni ogni gesto della vita disperdendo le energie spirituali in una miriade di gesti. La domanda che a questo punto dunque un fariseo gli pone a nome di tutti non è l’ennesimo tentativo di metterlo in difficoltà ma è una questione seria: qual’è il comandamento grande? Cosa davvero conta?

Di fronte alle grandi domande si può essere tentati dalle grandi risposte, dai grandi discorsi, dai dialoghi sui massimi sistemi o al limite dal detto arguto, la sentenza raffinata. Gesù qui replica con qualcosa di ovvio, è la preghiera quotidiana degli ebrei … lo shemà. Eppure nella risposta di Gesù così ovvia vi è qualcosa di estremamente originale. Innanzitutto gli ambiti indicati da Gesù per esercitare il proprio amore: il cuore, la vita, i pensieri … la terza parola differisce dal testo di Deuteronomio 6,5 sia quella in ebraico che in greco. Lì si dice: amerai con tutto il cuore, con tutta la tua vita/anima, con tutte le tue forze. Preferendo la parola pensieri/ragionamenti alla parola forze si avverte innanzitutto una interiorizzazione del primato dell’amore che sarebbe innanzitutto qualcosa che deve abitare i pensieri dell’uomo, i suoi ragionamenti, il suo dialogo interiore prima di potersi espletare in azioni, gesti, esercizio delle proprie energie.

L’altro elemento originale è che Gesù esplicita che questo comandamento è non solo il più grande ma il primo. Le due parole non sono sinonimi, dicendo che l’amore è il primo Gesù indica che esso ha un primato ed è quindi prioritario rispetto a qualsiasi altra cosa. Disattendere l’amore minerebbe alla base il senso di qualsiasi altra osservanza, ecco perché nella chiosa dice “da questo dipende tutta la legge e i profeti”. Indicandone poi un secondo che è simile al primo Gesù suggerisce l’idea che ripartendo dal primato dell’amore sarà esso ad indicarci un cammino … che dal primo ti porta al secondo. Il precetto di amare il prossimo come se stessi lo ritroviamo nell’antico testamento (Lv 19,18) … guardavano in una fitta serie di prescrizioni di ordine morale e cultuale. Gesù estrapola questa piccola gemma e la pone al fianco del primato dell’amore di Dio dando così una chiara interpretazione dell’amore di Dio come percorso che deve inverarsi e trovare verifica nell’amore del prossimo. Dunque abbiamo questa chiara indicazione: Amerai Dio con tutto te stesso e il prossimo come te stesso, con l’effetto che al centro del discorso sull’amore accanto a Dio vi è il nucleo della persona, il “se stessi” che va conosciuto, attivato e consegnato alla dinamica dell’amore.

Mi piace molto inoltre osservare come anche all’interno della tradizione sinottica vi sia una sorta di indicazione di via … se Matteo parla di due comandamenti Marco un poco li unifica dicendo “non vi è altro comando più grande di questi”, in Luca il discorso non è più quello di un primato ma più esistenziale, si tratta di avere la vita eterna, vivere cioè in pienezza … i comandamenti sono totalmente fusi in uno solo e esplicitati dalla parabola del buon Samaritano. In Giovanni infine, in maniera eccezionale e sorprendente sembra scomparire l’amore di Dio (ma solo in apparenza), si dice infatti “amatevi gli uni gli altri … come io vi ho amati”, dove l’amore del prossimo è accostato all’amore di Dio, ma non più all’amore che noi dobbiamo a Dio ma a quell’amore che Dio ci ha donato donandoci il suo figlio, il primato dunque non sto più nell’osservanza ma nella storia: Dio ci ha amati per primi in Gesù suo Figlio … noi dobbiamo amarci vicendevolmente.

Trovo infine che il commento più bello a questa parola della scrittura sia l’inno alla Carità di  Paolo che coglie pienamente la dimensione fondata e personale dell’amore. Fondativa perchè si dice chiaramente che posso fare le cose più grandi ed eccezionali ma se non ho l’amore non serve a nulla e non ha alcun senso. Personale perché l’amore di cui Paolo parla non è un qualcosa ma un qualcuno … l’amore non è una prestazione da raggiungere ma una persona da incontrare, ed è il Signore Gesù.

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