Feritoie sull’eterno

I padri della Chiesa hanno sempre letto la pagina della trasfigurazione come momento funzionale al superamento dello scandalo della croce; prese le dovute misure c’era il rischio che l’esperienza  della crocifissione causasse un tracollo nervoso agli apostoli dunque in preparazione di quella “super-prova” il Signore nella sua misericordia gli fa fare una bella cura di vitamine, li espone per un poco alla luce della sua gloria quale antidoto contro le conseguenze delle tenebre che dovranno attraversare.

Certamente in questo brano c’è di più che una mossa strategica. Dal punto di vista narrativo non deve sfuggire il fatto che il primo momento, che verbalmente dura pochissimo, è in realtà il più impegnativo, salire su un alto monte in disparte non solo suppone fatica ma anche motivazioni e disponibilità, tutta la tradizione spirituale ha sempre sottolineato la grande importanza del ritirarsi, allontanarsi per un certo tempo dal centro della propria vita per (sembra paradossale) ritrovare il centro. Nulla di più difficile oggigiorno, dove il tempo non impiegato viene squalificato come tempo perso, dove le nuove attività si incuneano negli spazi stretti di quelle già praticata e dove l’inattività ha una ragione meramente fisiologica, il riposo. Ogni tanto è necessario allontanarsi, salire in alto, vedere le cose da prospettive nuove.

Fu trasfigurato: il verbo è al passivo … quella di Gesù non è una esibizione, sembra non essere una sua iniziativa, mi viene addirittura la tentazione di pensare che l’evento attenga più alla percezione degli apostoli che non ad un reale cambiamento del Maestro, come se la fatica della salita e lo stare in disparte con lui abbiano guadagnato loro uno sguardo più profondo sulla persona di Gesù.

Inoltre alcuni dettagli del racconto ci fanno come affacciare verso tante direzioni, da quella vetta luminosa ecco che intravediamo altre vette, quella su cui Mose vive il suo faccia a faccia con questo Dio misterioso, occultato da una nube di luce, quella su cui Elia fa esperienza del divino, nel vento e nel fuoco, il monte degli ulivi e il monte Golgota, dove alla trasfigurazione succede lo sfiguramento, dove i salmi che descrivono il messia come “il più bello tra i figli dell’uomo” si convertono nei carmi di Isaia che mostrano colui che “non ha splendore ne bellezza per attirare gli sguardi” fino al monte dell’apparizione (Mt 28) dove Gesù Risorto invia i suoi discepoli a “fare discepoli”.

Il misterioso colloquio che intrattiene Gesù con Mose (la legge) ed Elia (I profeti) indica quasi la sorgente della Parola Divina, in questa conversazione Pietro maldestramente prova ad intromettersi con una proposta forse fuori luogo ma che rivela il desiderio che proviamo tutti noi nei momenti di estasi, quello di fissarli, schiacciare il fermo immagine in “quel luogo” che non è un luogo fisico ma una condizione … non si può però capitalizzare la grazia, non si può conservare la bellezza, se non nella memoria.

L’estasi termina con un momento di parossisimo, dove la percezione del divino si fa frastornante al punto che i discepoli si mettono faccia a terra,  e come nel Battesimo di Gesù anche qui una voce dal cielo si fa udire, “questi è il mio figlio amato, in lui ho posto il mio compiacimento, Ascoltatelo” … fino a che questa manifestazione “potente e terribile” in un attimo svapora e non resta che Gesù solo … ma quel “solo” non è un avverbio di delusione ma di unicità … solo in Gesù, solo ascoltando Lui possiamo entrare in “quel luogo” di luce e di bellezza.

Termino riportando quello che a mio avviso è un sublime componimento poetico di don Tonino Bello, che contiene l’allusione alle “trasfigurazioni” quotidiane che il Signore dona allo sguardo dei contemplativi.

 

Maria, donna bellissima,

attraverso te vogliamo ringraziare il Signore per il mistero della bellezza.
Egli l’ha disseminata qua e là sulla terra, perché, lungo la strada,
tenga deste, nel nostro cuore di viandanti,
le nostalgie insopprimibili del cielo.
Le fa risplendere
nella maestà delle vette innevate,
nell’assorto silenzio dei boschi,
nella forza furente del mare,
nel brivido profumato dell’erba,
nella pace della sera.
Ed è un dono che ci inebria di felicità
perché, sia pure per un attimo appena,
ci concede di mettere lo sguardo
nelle feritoie fugaci che danno sull’eterno.
La fa rifulgere nelle lacrime di un bambino,
nell’armonia del corpo di una donna,
nell’incanto degli occhi suoi ridenti e fuggitivi, nel bianco tremore dei vegliardi,
nella tacita apparizione
di una canoa che scivola sul fiume…
Santa Maria, donna bellissima,
splendida come un plenilunio di primavera, facci comprendere
che sarà la bellezza a salvare il mondo.