Gen 22,1-18   Sal 115
Rm 8,31-34   Mc 9,2-10

La seconda domenica di quaresima ci fa confrontare con il brano della trasfigurazione secondo la redazione di Marco, proviamo innanzitutto a leggere il testo secondo una traduzione letterale

dopo sei giorni prese Gesù  Pietro, Giacomo e Giovanni e fece salire loro su un monte altissimo , in disparte, da soli  e fu trasfigurato di fronte a loro, e le vesti sue divennero splendenti, bianche  molto,  che nessun lavandaio sulla terra potrebbe fare bianche, e apparve loro  Elia e Mosè, ed erano dialoganti con Gesù e intervenendo Pietro dice a Gesù: “Maestro bello è per noi stare qui, farò dunque  tre tende a te una e a Mosè una e a Elia una”. Non sapeva infatti cosa dire, erano infatti terrorizzati e ci fu una nube avvolgente loro e venne una voce dalla nube dicente questi è il Figlio mio, l’amato ascoltatelo e d’improvviso intorno guardando più alcuno vedono ma Gesù Solo con loro. Scendendo allora essi dal monte comandò loro che ad alcuno raccontassero quanto visto se non quando il figlio dell’uomo dai morti risorga. E il fatto/ parola tennero per se, chiedendosi cosa fosse quel: “dai morti risorgere”.

Dopo sei giorni: viene il sospetto che questo riferimento cronologico “dopo sei giorni” voglia dire qualcosa, i vangeli hanno necessariamente una cronologia vaga : “dopo alcuni giorni, dopo un certo tempo” quando invece le indicazioni temporali   sono precise, più che un dato di cronaca con buona probabilità questo vuole esprimere un significato nel contesto, un valore simbolico o un riferimento ad un altro passo e qui è evidente il riferimento a Es 24,15 dove si dice che  “Mosè salì sul monte … e la gloria lo coprì per sei giorni, al settimo giorno il Signore chiamò Mosè dalla nube”. Ci sono in questo  brano diversi elementi che tornano con evidenza, il salire su un monte, il riferimento a sei giorni, il prendere qualcuno con sé, (Mosè prende Giosuè, Gesù prende con se Pietro, Giacomo e Giovanni) e poi la nube, la luce, la gloria e la voce dalla nube.

Gesù li porta da soli, in disparte: Il sottolineare con  due vocaboli questa attenzione sembra indicare la necessità di un allontanamento, talvolta la conoscenza più che un mezzo è un  ostacolo. Gesù è conosciuto dai discepoli, è noto, da tempo sono con lui, lo ascoltano, lo sentono parlare, vivono con Lui.  Essi dunque lo debbono conoscere di nuovo lo debbono ri-conoscere. Perché questo accada Gesù li porta in disparte, vediamo qui anche una nota di intimità, porta cioè la loro relazione ad un altro livello, ad un’altra quota, una sorta di terapia ascensionale perché il loro rapporto sia riossigenato.

Prendere e far salire: ma per poter proseguire in questa scalata è necessario fare provvista di un altro brano, sulle cui tracce ci mette l’uso dei due verbi che sono all’inizio, prendere e far salire. Specialmente il secondo verbo anafero  cioè innalzo, al pari del verbo ebraico halà, ha un significato sacrificare, innalzare in sacrificio. All’uditore della bibbia la coppia di verbi prendere e far salire non può non richiamare alla mente un altro noto brano, ovvero quello della legatura di Isacco. Troviamo di fatto questo brano oggi come prima lettura; e ci sono altri elementi di contiguità: la salita al monte e il riferimento al figlio amato. Dio chiede ad Abramo:  prendi il tuo unico figlio, quello che ami e sacrificalo/ innalzalo in olocausto sul monte che io ti dirò. Chiave di lettura dell’intero brano è l’uso continuato del verbo vedere, interessante perché l’ambito del vedere è proprio quello che troviamo poi nel brano della trasfigurazione.

La legatura di Isacco: quando Abramo si avvicina al monte si dice che “si mise in viaggio … al terzo giorno alzando gli occhi vide da lontano il luogo” poi il verbo torna pochi versetti dopo quando Isacco, durante la salita al monte chiede al padre dove si trovasse l’agnello per il sacrificio e Abramo risponde dicendo che sul monte il Signore avrebbe provveduto, ma alla lettera si legge il Signore vedrà-lui. Più avanti, una volta scongiurato il sacrificio del figlio dall’intervento dell’angelo ancora si dice che Abramo alza lo sguardo e vede un ariete e nella conclusione infine si dice che Abramo chiamò quel posto il Signore vede … da cui oggi si dice sul monte il Signore fa vedere. Ecco consumando in poche battute questo bellissimo episodio sembrerebbe che l’esperienza di Abramo sia caratterizzata da una successiva chiarificazione dello sguardo, di lontano Dio appare il sanguinario che vuole sgozzare il figlio, che chiede un sacrificio cruento e vanificatore, e una volta saliti è Dio che fa vedere meglio. Non si può non notare che quando discendono dal monte Isacco non viene più nominato come se Abramo avesse in effetti compiuto un sacrificio, ha in qualche maniera immolato l’idolo del figlio, ha superato la tentazione di vedere il figlio come realizzazione di un suo sogno ed ha imparato a vederlo come tramite per la realizzazione di una promessa più ampia e a favore di tutte le nazioni della terra.

Tornando al vangelo quindi notiamo che in qualche maniera qui accade lo stesso, Gesù nel brano precedente la trasfigurazione ha appena preannunciato la sua passione, il figlio dell’uomo (8,31) doveva soffrire molto ed essere rifiutato … venire ucciso e dopo tre giorni risorgere. Sappiamo che la reazione di Pietro a queste parole è stata di scandalo. Ora proprio perché il parlare di Gesù riguardo ad una volontà sanguinaria di Dio rischia di atterrire i discepoli, li prende e li porta su un monte perché anche loro “vedano meglio”, perché anche loro chiariscano lo sguardo sulla volontà salvifica di Dio. Quante volte anche noi rischiamo di parlare di un Dio che richiede sacrificio, abnegazione, mortificazione e non di annunciare un Dio che libera e che salva.

Ascesa ed ascesi: ecco che dunque continuiamo anche noi la salita al monte con Gesù e i suoi discepoli dopo aver messo in un ideale zaino questi due brani, quello che vede Mosè convocato sul monte per ricevere la legge dalla voce di Dio che parla dalla nube e quello di Abramo che sale sul monte col figlio per vedere meglio quale sia veramente la volontà di Dio.

Si sale per stare in disparte, da soli … salire un monte non è cosa facile, lo sappiamo, richiede fatica, disciplina … potremmo qui recuperare, in chiave squisitamente spirituale, un riferimento alla necessaria dimensione dell’ascesi … il termine etimologicamente non ha nulla a che vedere con l’ascesa, la salita, ascesi viene dal greco askesis che vuol dire esercizio, ma l’omografia ci autorizza a pensare che il significato del termine ascesi, oltre che quello di un esercizio interiore per rafforzare la virtù abbia anche il senso di un “salire in alto” per guadagnare una nuova prospettiva, per vedere in maniera rinnovata.

Fu trasfigurato di fronte a loro: il verbo è al passivo, indica implicitamente un intervento divino, Gesù viene trasfigurato. La parola che si usa in greco è metemorfote, che a noi richiama ovviamente il termine metamorfosi, ma  in italiano si è preferita la traduzione latina trasfiguravit. Nel nuovo testamento la parola “metamorfosi”, è usata solo da Marco e da Matteo, sempre nel brano della trasfigurazione e due volte da Paolo in riferimento ad un cambiamento e rinnovamento interiore. (Rm 12,2; 2Cor 3,18). Luca, più sensibile agli influssi della cultura greca, vuole evitare la parola per il possibile fraintendimento mitologico e dice semplicemente che il suo volto divenne altro. Le metamorfosi nella cultura classica sono infatti i mascheramenti delle divinità che per scendere sulla terra assumono la forma, le sembianze dell’una o l’altra creatura, mentre qui più che di un mascheramento si tratta di un disvelamento del divino celato sotto l’umano di Gesù.

Un lavandaio: In modo apparentemente non elegantissimo Marco tenta di spigare questo evento, la trasfigurazione, di sottolinearne la luminosità. Fa un po’ sorridere il riferimento ad un lavandaio che più bianche non saprebbe fare quelle vesti, eppure mi pare che più che una caduta di stile questo riferimento di Marco esprime efficacemente l’idea dell’indicibile, di ciò per cui non ci sono parole. Invece di ricorrere ad un vocabolario aulico, egli preferisce fare quello che vediamo più avanti fare a Pietro, cioè non sapendo cosa dire, dice qualcosa che risulta fuori luogo e inefficace, come se fosse anche il narratore vittima dello stesso sbigottimento dell’apostolo, perché se la parola è in fondo ciò che tenta di descrivere l’esperienza comune, come faccio allora a descrivere a chi non ha fatto una esperienza che non ha eguali, quello che ho visto o sentito, altro non mi resta che dire, non ci sono parole, oppure tentare una analogia senza speranze, un parlare assurdo, un balbettare.

Mose e Elia: Il bagliore delle vesti promana anche sulla realtà circostante ed ecco la visione: Elia e Mosè che dialogano con Gesù, l’esegesi classica ci dice che Elia e Mosè sono qui il simbolo della legge e dei profeti che concordemente attestano che Gesù è il Cristo, se prendiamo il vangelo di Luca 24,27 si dice la legge e i profeti dicono che egli e il Cristo. Per altro verso possiamo inoltre dire che Elia e Mosè sono due figure che hanno degli elementi in comune col nostro brano: la salita sul monte, la nube, il fuoco, l’esperienza luminosa della gloria di Dio, il timore che si prova di fronte ad essa … quindi evocano quell’esperienza che il linguaggio religioso chiama mistica ovvero quando il fare esperienza di Dio non è mediato da parola alcuna ma è immediato, diretto e dunque è senza parole, pura esperienza (mùo in greco, taccio), di qui lo sbigottimento di Pietro e il suo non saper cosa dire.

Potremmo qui dire, come approfondimento che, la facile conclusione per cui, come ci dice il prologo di Giovanni, in Cristo noi conosciamo Dio, non deve apparire l’uovo di colombo, la soluzione facile ed evidente che era sotto gli occhi di tutti, perché anche in Gesù Cristo Dio è e resta massimamente inconoscibile e misterioso, invisibile e indicibile. Eppure è anche vero che in Gesù Cristo qualcosa di lui si comunica a noi, si fa conoscere. E dunque qualcosa possiamo dire, e possiamo addirittura farne esperienza, superando quell’orizzonte degli eventi segnato dal suo mistero, entrando in quella che la mistica ha chiamato la “nube della non conoscenza”, luogo in cui l’uomo, rinunciando a conoscere attraverso la ragione impara a conoscere Dio attraverso l’esperienza del suo amore, entrando in questo dialogo che avviene tra i tre e di cui nulla ci viene detto.

Il parlare di Pietro: eppure in quel santo e inconoscibile dialogo si inserisce una parola umana, quella di Pietro. La sua parola deve risultarci ingenua e fuori luogo perché tale sarebbe il più dotto dei discorsi di fronte a quel dialogo intradivino eppure ci viene da pensare quante volte questo accade, quante parole vane su Dio e intorno a Dio, provate ad evocare per un attimo nella vostra mente le vaste biblioteche di alcuni monasteri o delle accademie pontifice, tomi su tomi, volumi su volumi di teologia, trinitaria, cristologia, spiritualità, ecclesiologia, esegesi, biblica, morale, etica sacramentaria; tesori, tesori di sapienza come ama dire spesso il nostro Vescovo, eppure anch’essi sono flautus vocis, solo parole che tentano di dire l’ineffabile e come dice Tommaso si comprhendis non est Deus,  se l’hai capito, non è Dio. Per quanto impacciato però ci piace l’ardire di Pietro di voler introdurre una parola umana tra quelle divine lo fa molto ingenuamente, però egli dice il vero, la sua parola non è una parola speculativa, pensata , studiata ma è una parola sentita, come attiene del resto al suo stile, è uno che non dice spesso quello che pensa, ma quello che sente, come fa poco prima di questo brano quando rimprovera Gesù per aver preannunciato la sua passione, così anche qui “sentitamente”  dice due cose: “è bello … rimaniamo qui”, il suo sguardo sbircia in Dio, scruta tra le feritoie dell’eterno, e l’esperienza che fa è un’esperienza estatica, bella. In fondo tra gli innamorati è una tra le frasi più gettonate, che pure si sa assurda, quando si vive un momento magico, di romantica intimità e si dice : “restiamo così per sempre … vorrei che questo momento non finisse mai”, ecco in qualche maniera è quello che sembra dire Pietro adesso. Pietro inoltre si propone in prima persona di fare tre tende e inconsapevolmente, menzionando la tenda, evoca l’esperienza biblica della tenda dell’alleanza, la tenda del convegno su cui discende la shekinà, la presenza di Dio, e ogni qual volta l’accampamento degli israeliti fa sosta e si allestisce la tenda, la nube scende su questa tenda e la avvolge, verbo che appunto vediamo qui impiegato. Forse vorrebbe egli un luogo , un mezzo per replicare quel prodigio di una visione chiara, per convocare a comando il fulgore e la gloria di Dio, o forse più semplicemente è vero che non sa cosa dire.

Terribile è l’altissimo: e se Pietro non sa cosa dire è perché sono ekfoboi, sono terrorizzati, la parola usata non è un termine leggero, che indichi semplicemente un certo sbigottimento, ma è un termine pesante che evoca una paura profonda e sconvolgente. La parola è la stessa che in Eb 12,21 si usa per richiamare l’esperienza Mosaica della prima alleanza: “voi non vi siete avvicinati a fuoco, tempesta, oscurità, tenebre, squillo di tromba suono di parole … tanto che Mosè disse , sono terrorizzato e tremo.” Questo terrore non è la paura che si prova dinanzi a un pericolo ma è un terrore divino. E non ci sembri improprio il termine, sarebbero altrimenti in vano tutte quelle espressioni dell’antico testamento e dei salmi che ci dicono di questo terrore, espressione che forse può risanare la nostra idea annacquata di un Dio che spesso ci appare come un canuto nonnino sempre pronto a perdonare le nostre marachelle. L’esperienza biblica di Dio invece è una esperienza forte, che “fa tremare”!

La nube: elemento della gloria di Dio che al tempo stesso rivela e nasconde segue alla luce. In qualche modo accade questo: dall’estasi si è passati al terrore,  dunque dalla luce si passa alla tenebra, alla nube che nasconde, che avvolge, potremmo dire che in questo c’è quasi un espediente narrativo-retorico volto a rendere la forza di questa esperienza che sta raggiungendo il uso climax. Spesso nel parlare un modo di formare il superlativo è usare termini opposti … quindi all’estasi segue il terrore, alla luce le tenebre per dire che l’estasi è così grande da fare paura, la luce è così forte che acceca, vera qui mi suona quella frase della mistica medioevale lux est umbra Dei, cioè l’elemento naturale della luce che è così bella, al pari della luce di Dio è solo un ombra. E da questa spaventosa estasi, da questa luminosa tenebra, emerge una voce, questi è il mio Figlio, l’amato, ascoltatelo. Ecco la voce che parlava dalla nube a Mosè, dettava le parole ella legge, l’ultima sentenza della legge per noi è, ascoltate lui, la legge qui non è più un precetto, una norma, una regola, una sentenza, la legge qui è vivente, ha un cuore una carne e una voce, la legge è una persona e in questa persona. in Gesù Cristo , si compie la definitiva rivelazione di Dio.

Solo Gesù: Questa scena che ha raggiunto qui il suo apice, si risolve in un inaspettato ed immediato silenzio, d’un tratto, all’improvviso più niente, più nessuno!  Ecco questa scena  ha davvero una forza narrativa non indifferente, all’estasi, segue il terrore, alla luce le tenebre, al fragore della voce dalla nube (e la voce della nube la immaginiamo simile al tuono) il silenzio. C’è solo Gesù con loro.  Questo SOLO GESU’ non vuol dire che la gloria di cui erano circonfusi ora è svaporata, ma si è come condensata; quel “solo”, che in italiano rischia di avere una funzione limitativa tipo “mi sono preso un grande spavento, ma era solo un tuono”, ecco questo SOLO GESU’ non è riduttivo bensì esaltativo, vuol dire che la grande comunicazioni del divino non è più fuoco, fulmini, saette, tempesta e prodigio, ora troviamo tutto SOLO in GESU’. Ma Egli non è un solitario e inaccessibile perché è SOLO ma anche CON LORO.

La discesa: discendono dal monte, portano impressa dentro di loro la memoria di qualcosa di straordinario, verrebbe voglia di gridarlo al mondo intero, ma questa esperienza che hanno appena fatto è  ancora parziale, ha bisogno di essere completata, ha bisogno prima di essere comunicata di una chiave di lettura che poi scioglierà il riserbo su tale visione, e questa chiave di lettura sarà la risurrezione del figlio dell’uomo. Ecco perché scendendo dal monte comanda loro di non dire nulla di quello che hanno visto fino alla risurrezione e loro tengono per se questa parola, o questo fatto, chiedendosi dentro di loro cosa voglia dire quel “risorgere dai morti”, una cosa di cui in effetti non hanno esperienza, una cosa di cui non sanno e non possono dire.

In qualche modo possiamo concludere dicendo che se non ci abita la chiarezza della risurrezione è meglio tacere, non possiamo parlare di un Dio che anche talvolta comanda il sacrificio, che è terribile e temibile, se non abbiamo in noi la certezza che egli è il Dio della vita, come del resto Abramo che scendendo dal monte si è chiarito lo sguardo su Dio, che ha superato l’incubo di un Dio che comanda il sacrificio, di un Dio sanguinario, di un Dio che ti vuole togliere tutto. Egli ha voluto invece nella fede, credere che Dio è altro … un Dio che sul monte fa vedere. Allorché dunque, specie in questo tempo di quaresima, ci poniamo a contemplare i misteri della croce, il mistero del dolore umano, facciamolo sempre in un orizzonte di luce … quella luce che promana dalla risurrezione e che ci illumina nelle tenebre del nostro vagare, del nostro talvolta enigmatico confrontarci col mistero dell’umano soffrire.

Parrocchia SS Salvatore

14 MARZO – VISITA A SUBIACO
adesioni entro il 4 marzo
Programma della giornata :
partenza dalla parrocchia con pullman ore 7:00
arrivo a Subiaco per le ore 9:00 circa
ore 10:00 visita guidata al sacro Speco
pranzo al sacco presso una sala del monastero
15:30 visita guidata del Monastero di Santa Scolastica
partenza per Bracciano ore 17:30
rientro per le 19:30 Parrocchia SS Salvatore
quota adulti 18 € quota minori 15 €
per partecipare lasciate il talloncino qui sotto e
la quota indicando il nome dei partecipanti e un cellulare.
Puoi chiedere alle catechiste oppure
3396047182  – dongigiromano@tin.it

Agenda Parrocchiale

dom 1 marzo 15

8:30-10:00-11:30-17:30
       Sante Messe

lun 2 marzo 15

8:30 Lodi – 17:30 S. Messa

mar 3 marzo 15

8:30 Lodi – 17:30 S. Messa

17:00 catechesi genitori

21:00 incontro Giovani

mer 4 marzo 15

8:30 Lodi  -17:30 S. Messa

gio 5 marzo 15

8:30 Messa

17:30 Scuola della Parola

18:30 via crucis

19:30 cresima adulti

21:00 fidanzati

ven 6 marzo 15

8:30 Lodi – 17:30 S. Messa

18:30 via crucis

20:30-22:30  Adorazione

sab 7 marzo 15

8:30 Lodi – 17:30 S. Messa

11:00 catechesi genitori

dom 8 marzo 15

8:30-10:00-11:30-17:30
     12:30 pranzo caritas

ANIMATO DAI GIOVANI

18:30

RITIRO DI QUARESIMA

portiamo qualcosa da condividere come cena