ERRATA CORRIGE DOMANI 28 FEBBRAIO LA RIUNIONE PER IL SACRO CUORE NON E’ ALLE ORE 21:00 BENSI’ ALLE ORE 19:30

 
Nella newsletter precedente ho usato, ahimè un testo da me scritto nel 2009, ma durante l’omelia ho affrontato il brano in un’altra prospettiva, che non mi ha invero entusiasmato ma dovendo comunicare la correzione dell’orario della riunione di martedì 28 per il sacro cuore, condivido tardivamente i miei appunti … nulla di interessante, son povere parole, ma magari gli si appiccica il gusto della Parola di Dio:

-Innanzitutto il capitolo 10 di Giovanni è non tanto una parabola quanto una immagine complessa, i termini del paragone fatto da Giovanni suggeriscono un contesto dove il pastore non è tanto l’umile incoppolato con la giacca e le toppe che abbiamo in mente noi ma un ricco possidente di diverse mandrie che ha sotto di se dei guardiani come coadiutori, forse lo stesso mercenario (termine che qui suona improprio e che noi desumiamo dal contesto militare) è un riferimento ad un sorvegliante che però guarda le greggi per conto di un terzo, non è il padrone e quindi in caso di pericolo non è disposto a rischiare la propria vita.

Fatta questa precisazione mi sono lasciato suggestione dall’attività del pastore e dell’allevatore: attività che entrano in un rapporto di complicità con la vita ed attivano quegli istinti atavici che sono in noi di conoscenza e cura … allevare come coltivare suppongono quel meccanismo che noi chiamiamo “avere cura” perché la vita sia favorita e cresca, aumenti. Lo scopo di queste attività di norma però è interessato … io favorisco la vita di un animale che in natura avrebbe poche chance di sopravvivenza e lo rendo protetto e prolifico, a fronte di questo “versamento” (la cura appunto del gregge) il pastore ogni tanto fa un “prelievo” in lana, latte, e … carne. Il pastore ci tiene al suo gregge, magari rischia pure per esso, ma è un pastore che si prende la vita delle pecore. Ecco perché Giovanni deve rettificare l’immagine del pastore con quella del “Buon-Bel” Pastore … uno che non si prende la vita delle pecore ma la dona …

altre idee più disordinate 

– Non dobbiamo essere animali gregari … il Signore non ci invita cioè ad una sequela acritica e emulativa …

– Il riferimento alla voce è ugualmente molto suggestivo … la voce è il “tessuto” in qualche maniera su cui poi prende forma il ricamo delle parole … possiamo dire le stesse parole ma abbiamo voci differenti, quando il pastore chiama una pecora a livello comunicativo ci sono due informazioni che giungono all’orecchio della animale

1) il pastore chiama me … perché le pecore come altri animali sono in grado di capire il loro nome, ed è una caratteristica potremmo dire “umana” che l’assiduità col pastore gli ha consegnato, come se la loro animalità fosse contaminata con l’”umanità del pastore … e quindi l’idea è che la divinità di Cristo possa “contaminare” la nostra umanità 

2) la pecora capisce chi è che la chiama, si sente conosciuta e al contempo ri-conosce … 

E’ un concetto che mi ha sempre affascinato l’idea che Dio sia riconoscibile, rintracciabile nelle nostre vicende, come una voce familiare …  come certi sapori domestici che ricordano una persona (gli involtini di nonna … il ciambellone di zia) … bellissimo fare l’esperienza che una cosa, un fatto, un evento, una parola una sensazione addirittura sia cosa che viene da Dio … bellissimo  e pericolosissimo perché è da esaltati dire che “sento che questa cosa viene da Dio … sento che Dio lo vuole” … troppi nella storia hanno spacciato come “divini”, propositi e macchinazioni tutte umane … ma sarebbe ugualmente terribile che diffidenze neo-razionaliste, prudenze scettiche e incredule ci facciano retrocedere da un percorso fondato sul ri-conoscimento di Dio e della sua volontà nelle nostre vite …

Infine ancora un idea: la vita dell’uomo è tutto un intrecciarsi di cura … prendersi cura è una delle forme in cui si declina l’amore, nasciamo e qualcuno si prende cura di noi, viviamo sviluppando nel migliore dei casi la capacità di prenderci cura, e spenderci per gli altri e poi la vita è così saggia che infine ci toglie spesso energie forze e salute perché torniamo nuovamente ad avere bisogno dell’aiuto di qualcuno, e scopriamo così che la nostra umanità non è descritta dall’essere autonomia ma dello scoprirsi interdipendenti … bisognosi gli uni degli altri ma in una originaria sperequazione e asimmetria … è molto più l’amore e le cure ricevute che non quelle date … e in esse dobbiamo riconoscere l’amore e la cura del Signore per noi …