“Un dono straordinario per la Chiesa, in particolare a favore dei più poveri”. Così, l’arcivescovo di Lucca, mons. Italo Castellani, ha voluto definire fratel Arturo Paoli, religioso missionario, della congregazione dei Piccoli Fratelli del Vangelo, morto domenica notte, a 102 anni, a San Martino in Vignale.
Il salvataggio di centinaia di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, per cui fu riconosciuto “Giusto fra le nazioni”, l’impegno nell’Azione Cattolica in Italia, l’esperienza missionaria a difesa dei deboli in America Latina, dove conobbe il futuro Papa Francesco, sono alcuni tratti della biografia di questo maestro di spiritualità, ricevuto dal Pontefice nel gennaio 2014 a Santa Marta.
Don Luigi Verde, della fraternità di Romena, lo ricorda così:
R. – Quello che mi ha sempre colpito di lui era la leggerezza. Diceva che quello che rende bella la vita è il non portare fardelli: “Non ti posso dire – diceva – che la mia vita sia stata buona. E’ stata anche piena di difficoltà… Però queste avversità mi sono sempre servite ad avanzare, a vedere più in là e soprattutto a liberarmi da tutta la mia pesantezza”. Aveva, per così dire, una grandezza basata sulla leggerezza. La capacità di non farsi avvelenare da niente e poi dava un grande valore all’amore di Dio: “Non siamo noi ad amare Dio – diceva fratel Arturo – ma è Dio che ama noi”. Insisteva sul fatto che Dio non si conquista, ma si accoglie. E sulla tenerezza e la misericordia di Dio, che lui riusciva sempre a far emergere, un po’ come sta facendo Papa Francesco. Lui diceva che noi pensiamo sempre al rapporto con Dio come a qualsiasi altra relazione umana, in cui si costruisce, si fa… In realtà, Dio ha bisogno dell’uomo non tanto per realizzare qualcosa, ma ha bisogno della sua tenerezza, ha bisogno del vuoto dell’uomo, dei limiti dell’uomo, di questa impotenza dell’uomo. Ed è proprio lì che emerge tutta la tenerezza e la misericordia di Dio. E chiaramente, poi, per fratel Arturo era centrale l’attenzione ai poveri. Lui diceva: “Mi convinse a entrare nei Piccoli Fratelli il fatto di stare in mezzo ai poveri”. Era certo che la Chiesa dovesse stare con i poveri e che esistesse solo un cammino alla fine, quello di Gesù, e cioè accorgersi che nella vita le persone hanno bisogno di poche cose: un pezzo di pane, un po’ di affetto, sentirsi a casa da qualche parte. Ultimamente diceva che oggi i poveri sono le prime vittime di un sistema economico disumano e che la giustizia – per lui – esprimeva la necessità di stare dalla loro parte. Era meraviglioso il fatto che non si sentisse troppo vecchio per partecipare: fino a novant’anni partecipava a tutto! E quando era giovane non si sentiva troppo giovane per non guidare, per non dare indicazioni.
D. – Fratel Arturo Paoli nonostante l’età ha continuato a girare l’Italia e a tenere tante conferenze. Abbiamo visto anche la reazione sul web alla notizia della sua morte: tantissimi credenti e non, in tutta Italia, erano legati a lui. Perché, secondo lei?
R. – Secondo me, perché aveva davvero una grande umanità insieme ad una grandissima profondità. Non era veramente soltanto colui che faceva servizio ai poveri o che gridava per i poveri: spingeva i poveri sempre ad una grande responsabilità, ad una grande profondità evangelica. La naturalezza, veramente… Io ricordo un po’ le parole di Papa Giovanni quando diceva: “Ciò che è semplice è naturale e ciò che è naturale racchiude il divino”. Fratel Arturo dava l’idea proprio di essere un uomo molto naturale, molto semplice, a cui piaceva sempre la dimensione della fraternità, una dimensione in cui ogni persona si potesse sentire a casa, potesse sentirsi accolta in qualche modo. Quindi questa umanità, questo sguardo, questo sorriso erano le prime porte per arrivare a Dio.
D. – Come aveva vissuto Fratel Arturo l’elezione di Papa Francesco?
R. – Era davvero molto contento. Contento perché ritrovava in Francesco, in fondo, questa attenzione ai poveri e soprattutto l’attenzione ad andare all’essenza del cristianesimo. Quelle poche parole incisive su cui non si gira intorno: lui diceva che se vuoi capire se una cosa è opera di Dio devi guardare a un fiore che sboccia. Un fiore sboccia non tanto se c’è un recinto intorno o delle strutture rigide come uno steccato che lo difendono, ma nasce con la luce e il calore. Quindi vedeva in in Francesco, negli occhi di quest’uomo – e a me sembra molto simile questa luce degli occhi di Papa Francesco a quella di Fratel Arturo – quella luce e quel calore che possono veramente portare l’uomo.

“Ti va un caffè?” Sono le otto di mattina e Arturo saluta così gli occhi assonnati del suo interlocutore. I suoi sono vispi e lucenti. Come ogni mattina si è alzato che era ancora notte, ha pregato Dio accogliendolo nel suo farsi alba, ha camminato a lungo nel bosco, e lo ha fatto ‘cantando’.
Spello, comunità dei piccoli fratelli di Charles de Foucauld. Una piccola cella, un letto e una pila di libri accanto, tanti amici, e questo basta perché Arturo Paoli si senta a casa e così faccia sentire chi lo incontra. “Mi piace stare al mondo” esordisce, con la sua disarmante semplicità. Ha 93 anni, Arturo, ed è bello che si possa attraversare quasi un secolo di vita e, avvicinandosi alla soglia del mistero, pensare e vivere così. “Quello che rende bella la vita – esordisce – è il non portare fardelli. Non ti posso dire che la mia vita sia stata tutta buona, no, però ti posso dire che la mia vita è stata bella: anche gli aspetti negativi, anche le ‘bischerate’ che ho fatto, anche le avversità sono state importanti, perché mi hanno aiutato ad avanzare, a vedere di più, a liberarmi da tante pesantezze”.
La sua vita, quella che oggi ci racconta, esprime chiaramente questa convinzione: tutto concorre all’incontro con Dio, e l’incontro con Dio illumina ogni evento, anche quelli che è più duro accettare. Così, per esempio, matura la sua prima grande svolta: Arturo ha appena otto anni e per caso, in una piazza della sua Lucca, assiste a uno scontro a fuoco tra fascisti e antifascisti. Nei suoi occhi bambini restano impresse le sagome dei morti, il sangue dei feriti. “Questa immagine non mi dava pace. Eppure un episodio di per sé così cruento, così negativo, sarebbe divenuto la guida della mia vita: perché in me configurò l’idea che il mondo era in conflitto e che bisognava fare qualcosa perché gli uomini si riconciliassero. Ma la strada della conciliazione non passava certo attraverso la violenza: in Gesù trovai il modello della povertà estrema, della fragilità estrema che si contrappone alla forza”.
“Camminando s’apre cammino” ha intitolato Arturo uno dei suoi libri più belli. Allo stesso modo il cammino della sua vita sembra aprirsi proprio quando il vento degli eventi soffia forte in senso contrario. Così il giorno della sua ordinazione sacerdotale, siamo nei primi anni quaranta, non lo salutano le campane a festa, ma ancora suoni inquietanti, quelli delle sirene che annunciano un attacco aereo. Un nuovo segno: la sua prima missione da prete sarà quella di condividere la fame, la paura, i tempi duri della guerra. “Eppure – ricorda – pur tra i tanti orrori che ho visto, quegli anni mi hanno anche trasmesso la sensibilità, la misericordia per coloro che soffrono il peso dell’ingiustizia. Ho sentito con chiarezza che l’ingiustizia è il peccato, il vero grande peccato”.
Serve ancora un passaggio, il terzo, nella formazione di Arturo, e questa volta arriva per una dolorosa vicenda personale. Nel dopoguerra, dopo anni dedicati alla formazione dei giovani cattolici come vice-assistente nazionale di Ac, è costretto a pagare a duro prezzo le sue idee: viene messo ai margini, costretto a lasciare Roma. E’ un passaggio durissimo dal quale però, in maniera inattesa, sboccia la sua vita futura: inviato come cappellano sulle navi degli emigranti, incontra sulla rotta Genova-Buenos Aires un piccolo fratello di Charles De Foucauld. In poco tempo matura la decisione di scegliere la stessa strada: “Mi convinse il loro stare in mezzo ai poveri. Io ho sempre sentito che la Chiesa doveva stare con i poveri. In casa mia io non ho sofferto la povertà però ho capito che la scelta di Gesù è una scelta dei poveri e che bisogna essere poveri per stare dietro a lui”. Anche dietro questa fase di crisi, ecco aprirsi un orizzonte nuovo: la missione tra i poveri in Sudamerica, cui Arturo dedicherà quasi cinquant’anni della sua vita. E’ il segno, l’ennesimo, di come ogni fase di crisi nasconda in sé l’opportunità più grande: quella, come dice Arturo, di “raggiungere l’intimità con Dio”. “Lo dice anche San Paolo, Dio ama ‘ea qui non sunt’ le cose che non sono. Bisogna arrivare ad accogliere profondamente quello che è negativo, quello che tu in quel momento consideri una palla al piede, lo devi valorizzare come bisogno della grazia, come inferiorità che ha bisogno di essere aiutata. Perché in fondo la fede in Dio cos’è? E’ sentire il bisogno di lui, il desiderio di Lui. E allora per sentire Dio, devi sentirne profondamente il bisogno; se no ci può essere la fedeltà alla dottrina, ma non si raggiunge l’intimità con Lui. E così la sofferenza, le delusioni, le umiliazioni che ricevi a un certo punto li benedici perché sono quelli che ti hanno portato a questa intimità”.
Arturo parla, ti guarda fisso negli occhi, spesso sorride. La sintesi di una vita è in questa serenità, in questa levità che nasce dall’accoglienza quotidiana di un Dio che libera, di un Dio vicino, di un Dio di cui non si deve aver paura. E Arturo non ha paura, nemmeno della morte. Anche per questo si può concludere l’incontro con la domanda che contiene tutte le altre. Cosa pensi di trovare oltre la soglia? “Vedi — risponde – oggi pomeriggio un caro amico mi accompagnerà a fare una passeggiata. Io non sto mica a chiedergli dove andremo, non sto mica a farmi spiegare cosa troverò. Così penso all’incontro con Dio. E’ un amico. E io mi fido di lui”.