Signore, io so che Tu sei
nella fede luminosa
di una notte stellata,
di un giorno radioso
d’azzurro e di sole.
Io so che Tu sei
nella speranza gioiosa
di un bimbo che nasce,
di una lettera che arriva,
di un amico che torna
Tu sei,
io so che Tu sei
nell’amore immenso
di braccia che ti stringono
e nella tenerezza
della mano che mi è tesa.
Ma so anche che Tu sei
nella fede spoglia e nuda,
quando giorno per giorno
mi parla di routine
di lavoro e di povertà,
e la mia anima si immerge
nella tenebra totale.
Io so che Tu sei
quando la speranza
è ripida salita,
la vetta è incerta
e le mie forze vengono meno
Tu sei.
Io so che Tu sei
quando amare è un solco
umile e nascosto
che chiama il grano
per essere fecondo
a morire in solitudine.
Io so che Tu sei
Signore colui che credo,
Signore colui che attendo
Signore, io so che mi ami,
Io so che Tu sei.
(poesia di Mauricio Silva)

Riflessione di fratel Arturo Paoli, registrata e trascritta per gli amici a San Martino in Vignale – Lucca. Venerdì 30 novembre 2012. Veglia nella memoria liturgica del Beato Charles de Foucauld.

Dalle lunghe meditazioni solitarie di fratel Carlo de Foucauld, ora beatificato dalla Chiesa, era nata l’idea della Fraternità. Gesù si era fatto chiamare fratello, amico. Proprio il Vangelo di questi giorni ci parla del desiderio di Gesù di farsi chiamare Amico. Come Gesù ha fatto per trent’anni, anche Carlo de Foucauld ha preferito la vita degli operai, cioè ha preferito lavorare con le proprie mani. In certe civiltà ciò è considerato il gradino più basso in cui possa scendere un uomo, specialmente se di condizione alta come la sua. Per anni egli ha vissuto in quella condizione, per poi venire ucciso nella sua solitudine. Noi abbiamo sentito l’ispirazione di seguire la sua vita. È evidente
che io, a questo punto della mia vita, a motivo della mia età, non potrei
vivere come nei quasi cinquant’anni che ho trascorso in America Latina.
Sono molto contento che stasera, insieme ai tanti amici, mi accompagni
anche la piccola Comunità di Spello, in cui i fratelli cercano di vivere
l’amicizia, la fraternità, e anche il lavoro manuale, per identificarsi con la gente umile che vive dal lavoro delle proprie mani.Stasera ho pensato di parlare di uno dei fratelli che sono morti sacrificati in
quell’orribile strage dell’Argentina. Anche loro sono stati sacrificati perché c’era chi pensava che avrebbero dovuto vivere vicino alle chiese, vicino alle parrocchie, anche perché alcuni di loro avevano raggiunto lo stato sacerdotale. Ma loro preferivano non vivere vicino al tempio, ma accanto ai poveri. Questo fatto, per quella follia imperante, era una condizione non consentita, che equivaleva a una autodenuncia. Perché, si pensava, «se sono sacerdoti non possono vivere nelle stesse condizioni dei poveri. Perciò, anche loro devono sparire!». E così, anche alcuni sacerdoti della nostra congregazione religiosa sono stati uccisi.
Voglio parlare particolarmente di un fratello, che aveva scelto la condizione più povera e più umile che si possa immaginare. Veramente, nessuna condizione si può chiamare umile quando si fa per amore, per condividere la vita di altre persone che svolgono il servizio che può essere considerato il più umile: quello di spazzare le strade. Questo fratello sacerdote, che aveva una bella cultura, che era vissuto in una condizione sociale assai diversa, aveva scelto l’abiezione dei poveri, il mestiere considerato forse il più umile, quello di spazzare le strade appunto.
Questo nostro fratello, uruguaiano di nascita, aveva scelto di vivere nella massima abiezione. Si chiedeva: «Quale mestiere posso fare per imitare l’umiliazione di Gesù davanti a Pilato? Di Gesù ridotto ad una condizione di disprezzo totale?». Si chiamava Mauricio Silva. Anche lui è sparito! Gli avevamo raccomandato di stare molto attento, guardingo, ma lui si sentiva sicuro: «Non possono immaginare che sotto le apparenze di uno che spazza le strade ci sia un sacerdote, e anche un sacerdote teologo» diceva. Ma si illudeva, e sparì! Mauricio desiderava molto il martirio, ne parlava continuamente, sostenendo che «se non siamo disposti a morire per Cristo, la nostra Congregazione non avrà il battesimo di sangue. E bisogna spargere il sangue fino a dimostrare il nostro amore e la nostra amicizia per gli uomini e, soprattutto, la nostra amicizia con Gesù».
Vi dico, in verità, che mi pare molto doveroso, e anche dolce, ricordare
questo fratello, ma allo stesso tempo una certa sofferenza mi rode dentro
pensando al perché non sono stato martire anch’io. Ho accompagnato la loro vita [dei fratelli scomparsi] coscientemente.
Posso dire che Gesù voleva che io restassi ancora in vita e che esercitassi un ministero che richiamasse a un cristianesimo autentico, sincero, profondo. Io chiedo a Lui, in questo momento, perdono, perché forse mi è mancata la generosità di andare fino in fondo. Chi lo sa! Di questo resto sempre con un pensiero che non ha mai una risposta definitiva.
Mauricio Silva era uscito dall’Argentina perché avevamo una missione
ministeriale da risolvere e io avevo delle responsabilità. Lui volle partire pensando: «Non mi conoscono assolutamente. Non potranno riconoscermi. Quindi sono sicuro». Invece, appena rientrato in Argentina, fu preso e sparì.
Fu inutile fare delle ricerche. Nonostante l’aiuto degli amici, fu impossibile identificare la sua residenza in quel momento. Dopo abbiamo saputo, per una via molto irregolare, che Mauricio era sparito, e che probabilmente era stato torturato e ucciso.
Stasera voglio proprio ripensare a lui, particolarmente unito al martirio di Carlo de Foucauld. Sono quelli che ci hanno aperto il cammino e che ci
aiutano ad essere fedeli nell’imitazione di Cristo. Nel rivolgere a lui il mio pensiero, voglio citarvi una sua poesia. Mauricio era non solamente un operaio, ma anche un poeta, una persona che voleva contemplare la bellezza e allo stesso tempo seguire Gesù fino in fondo, dando fino all’ultima goccia di sangue. Lo desiderava e voleva che si avvicinasse questo giorno.
Le parole della poesia “io so che Tu sei” rivelano la sua maniera di pensare e l’offerta della sua vita.
Tutte le mattine, alzandosi dal letto, prima di andare al lavoro, diceva:
«Chissà, forse non tornerò più a casa. Gesù mi farà la grazia di morire come Lui. Non solo dando generosamente tutto il mio sangue, ma anche cercando di scegliere, davanti agli uomini, l’ultimo posto, quello più disprezzato».
La Legislatura della città di Buenos Aires ha deciso di dedicare un giorno dell’anno, il 14 giugno, in omaggio a Mauricio Silva, chiamandolo proprio «Giorno del Netturbino». È un giorno di festa, un giorno di ricordi, in cui le persone che molte volte sono considerate quelle dell’ultimo posto,dell’ultima scala sociale, vengono ascoltate, ammirate, ricevono doni. È un giorno in cui ritrovano la dignità che sovente considerano perduta.
Cari fratelli, tra poco si celebrerà la messa. Viviamola col pensiero che anche noi, in qualche modo e nella condizione sociale in cui ci troviamo, dobbiamo vivere l’umiliazione, soprattutto per combattere l’orgoglio, che è la condizione di molta gente che pensa di essere grande, di essere potente. Il cristianesimo è fraternità, è dolcezza, è cercare coloro che sono i più umiliati, i più poveri, i più disprezzati. Ecco cosa significa imitare Gesù, l’imitazione di Cristo. Speriamo che questa notte di preghiera parli al cuore di tutti e ci aiuti a renderci più solidali, più aperti, meno orgogliosi. Allora, dal cielo, Mauricio Silva ci guarderà sorridente.