capitolo terzo – parte prima
LA PAROLA … di Dio

La legge e  l popolo (Neemia 8,2-10)

Autore: Prof. Filippo Serafini

Commento alla prima lettura

In quei giorni, 2il sacerdote Esdra portò la legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere. 3Lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque, dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci d’intendere; tutto il popolo tendeva l’orecchio al libro della legge. 4Lo scriba Esdra stava sopra una tribuna di legno, che avevano costruito per l’occorrenza. 5Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutti; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. 6Esdra benedisse il Signore, Dio grande, e tutto il popolo rispose: «Amen, amen», alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore. 8I leviti leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura. 9Neemia, che era il governatore, Esdra, sacerdote e scriba, e i leviti che ammaestravano il popolo dissero a tutto il popolo: «Questo giorno è consacrato al Signore, vostro Dio; non fate lutto e non piangete!». Infatti tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge. 10Poi Neemia disse loro: «Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza».

I libri di Esdra e Neemia vanno considerati un’opera unica (così era in origine) anche se nelle nostre Bibbie sono distinti. Il contesto narrativo più ampio di questo brano è importante e spiega anche perché viene letto in occasione della Dedicazione di una nuova chiesa. Infatti il libro di Esdra-Neemia si apre con l’invito al popolo esiliato in Babilonia affinché ritorni a Gerusalemme e narra prima la ricostruzione del tempio (Esd 1,7–6,22), poi la purificazione del popolo (Esd 7,1–10,44); segue la ricostruzione delle mura di Gerusalemme (Ne 1,1–7,5) e poi la proclamazione della legge (Ne 8,1-12).

Dopo la ricostruzione dell’edificio sacro (il tempio) che delimita una spazio particolare, separato dagli altri spazi profani, la comunità che lo frequenta deve prendere consapevolezza della necessità di essere, in una certa misura, separata dagli altri popoli, per non perdere la propria specificità, ovvero quella di essere il popolo di Dio, particolarmente legato alla sua santità (questo è il significato dell’espressione «stirpe santa» in Esd 9,2).

La sacralità dello spazio si estende dal tempio a tutta la città di Gerusalemme (la «città santa») e questo spiega l’importanza che il libro dà alla ricostruzione delle sue mura. Ma questa nuova delimitazione dello spazio dice che anche gli ambiti abituali della vita umana, quelli che appunto si trovano in una città, vanno pensati come manifestazione della relazione particolare di Israele con il suo Dio. La specificità di Gerusalemme, di nuovo, deve corrispondere alla specificità di coloro che la abitano, la cui esistenza è regolata da norme e consuetudini che si trovano nel «libro della legge di Mosè che il Signore aveva dato a Israele», come viene definito in Ne 8,1 (versetto che la liturgia omette). La proclamazione del contenuto del libro, quindi, ricorda anzitutto che la vita quotidiana nella città va regolata in riferimento a quanto rivelato e insegnato da Dio.

Il coinvolgimento totale che la legge richiede è sottolineato dal fatto che l’assemblea è composta da «uomini, donne e quanti erano capaci di intendere» (v. 2); quest’ultima espressione è un po’ difficile da interpretare: molti pensano che faccia riferimento ai bambini in grado di capire cosa accade, ma di per sé l’ebraico si potrebbe anche tradurre: «quelli che spiegavano» o «quelli che facevano comprendere», perché il verbo è lo stesso usato nei vv. 7-8 (ebraico bîn, che significa «comprendere» oppure «far comprendere»).

Questa ambiguità dell’espressione ebraica e la frequenza con cui ritorna il verbo bîn (sei volte in Ne 8,1-12) fa pensare che il testo voglia insistere sul fatto che il coinvolgimento è totale non solo dal punto di vista quantitativo (tutti sono presenti) ma anche qualitativo: si tratta di un ascolto attento (cfr. v. 3 «tendeva l’orecchio al libro della legge») che deve generare comprensione. Dove la «comprensione» non è soltanto il fatto di aver capito cosa si è ascoltato ma una nuova comprensione della propria esistenza, come individuo e come comunità. Come afferma il libro del Deuteronomio, per Israele seguire la legge significa trovare saggezza e intelligenza: «Vedete, io vi ho insegnato leggi e norme come il Signore, mio Dio, mi ha ordinato […] Le osserverete dunque, e le metterete in pratica, perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza (ebraico, bînâ) agli occhi dei popoli, i quali, udendo parlare di tutte queste leggi, diranno: “Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente (in ebraico c’è il verbo bîn)”» (Dt 4,5-6). Se sapienza e intelligenza sono certamente necessarie per la vita comune in una città, il nostro brano ricorda che per Israele esse si trovano anzitutto nell’ascolto di ciò che Dio ha rivelato tramite Mosè. Capire la legge significa capire come vivere da uomini e donne nuovamente cittadini di Gerusalemme, ricostruita dopo la sua distruzione, significa cogliere nella parola la guida per un’esistenza che possa definirsi sicura e stabile.

Da questo punto di vista si possono comprendere anche altri elementi del brano. Per esempio il fatto che il popolo nel momento in cui Esdra «apre il libro» si alza in piedi (v. 5) è certamente un segno liturgico, che esprime il rispetto per la parola che viene proclamata. Ma è anche il segno della dignità e della capacità che essa conferisce al popolo: Israele non è più «prostrato» davanti agli uomini (come quando era in balìa dei nemici o in esilio), ma soltanto davanti al Signore (v. 6). Lo stare in piedi, in senso simbolico, è la capacità di affrontare la vita, capacità che viene donata all’uomo proprio dalla parola della legge e dalla sua comprensione.

Anche il pianto viene da alcuni autori considerato un segno liturgico, data la sua attestazione in cerimonie praticate da popoli dell’antico Vicino Oriente e a noi note. Nel culto di Israele, però, il pianto non sembra avere un ruolo particolare. Così sembra meglio interpretarlo in riferimento a un altro contesto di lettura della Legge, ovvero 2Re 22,19 dove si dice che il re Giosia si stracciò le vesti e pianse dopo aver ascoltato le minacce contenute nel rotolo a lui letto e dirette contro coloro che non avrebbero messo in pratica i comandi divini. L’idea sarebbe che il popolo prende coscienza di essere un popolo peccatore davanti a Dio, non avendo finora obbedito alla sua parola.

C’è però un altro possibile significato del pianto nel contesto del libro di Esdra-Neemia, perché anche al momento della ricostruzione del tempio, nella prima parte del libro, la reazione del popolo è simile a quella qui riportata: «Tutto il popolo faceva risuonare grida di grande acclamazione, lodando così il Signore perché erano state gettate le fondamenta del tempio del Signore. Tuttavia molti tra i sacerdoti e i leviti e i capi di casato anziani, che avevano visto il tempio di prima, mentre si gettavano sotto i loro occhi le fondamenta di questo tempio, piangevano forte; i più, invece, continuavano ad alzare grida di acclamazione e di gioia» (Esd 3,11-12).

In questo brano il pianto sottolinea la differenza fra la situazione passata e il presente; tale significato potrebbe essere implicito anche in Ne 8: come praticare una Legge che rende Israele un popolo particolare tra tutti i popoli se si è privi di indipendenza? È veramente ancora possibile vivere secondo gli insegnamenti di Mosè sotto il dominatore straniero e senza un proprio re? La nuova comprensione della Torà che Esdra e i Leviti vogliono inculcare al popolo è quindi anche una sua attualizzazione, l’affermazione che è sempre possibile ascoltare le parole del Signore, anche in situazioni nuove, che, agli occhi umani, sembrano contraddire la promessa in esse contenuta.

L’invito alla gioia, che tra l’altro completa il richiamo a Esd 3,11-12, è particolarmente significativo nell’espressione conclusiva del v. 10 dove si dice che «la gioia di YHWH è la vostra fortezza»: abitualmente la metafora della fortezza è applicata direttamente a Dio, qui invece è riferita, con un lieve, ma significativo slittamento, alla gioia che viene da Dio (o alla gioia stessa che Dio prova? l’espressione è ambigua!). Oltre a ciò, il termine fortezza si collega, come ambito semantico di riferimento, a quello usato al v. 4 dove si parla di una «torre» su cui si colloca Esdra con il libro della Legge. Se la torre è spesso un punto importante di fortificazione nella città, qui si evoca implicitamente il ruolo della parola stessa (cfr nota alla traduzione dell’ultima parola del v. 4) come luogo di rifugio e protezione. Quindi il v. 10 suggerisce che proprio nell’ascolto della Legge Dio dona al popolo la gioia, oppure, addirittura, che in essa è riflessa la gioia che Dio stesso prova e si ha quindi una straordinaria possibilità di condividere il sentimento divino. In ogni caso questa gioia divina, che accompagna Israele che ascolta la Legge è chiaramente ciò che assicura di poter affrontare “in piedi” le prove della vita e della fede, giungendo a salvezza.