capitolo quarto
LO SPIRITO

Charles de Foucauld, il viaggiatore della notte

Autore: Dott Matteo Mazzieri

Traccia biografica

Charles-Eugène nasce il 15 settembre 1858 a Strasburgo da Joseph-Francois-Edouard de Foucauld de Pontbriand e da Elisabeth Beaudet de Morlet.

Nel 1864 i genitori muoiono, Charles e la sorellina Marie sono affidati al nonno materno Chyarles Gabriel de Morlet, colonnello in pensione. Tra il 1872 e il 1874 perde la fede, come racconterà più tardi ad un caro amico, dopo aver ricevuto l’anno prima comunione e cresima. In quest’ultimo anno è a Parigi presso l’Ḗcole Sainte Geneviève, tenuta dai Gesuiti, da cui viene espulso nel marzo 1876 perché troppo pigro. Viene tuttavia ammesso alla scuola militare di Saint-Cyr dove entra a diciotto anni, il 30 ottobre 1876.

Pigro e sempre svogliato, fa il minimo indispensabile per non accrescere il dispiacere del nonno a cui è molto legato. Costui però muore il 3 febbraio 1878 e Charles si sente condannato ad essere solo. Eredita un notevole patrimonio che gli permetterà di condurre, per alcuni anni, una vita agiata e dissoluta.

Terminata l’Accademia, Charles entra nell’esercito con il grado di sottotenente, cominciando così una lunga storia di negligenze e provocazioni, culminate nel definitivo abbandono nel 1883. In quest’anno, a venticinque anni, il giovane intraprende un’avventurosa esplorazione del Marocco. Accompagnato da un rabbino ebreo, e lui stesso travestito da ebreo, Charles inizia la sua esplorazione il 10 giugno 1883 e la termina, dopo aver superato enormi distanze e difficoltà ed aver rischiato più volte la vita. L’esplorazione risulta un grande successo e gli ottiene un alto riconoscimento da parte della Società Geografica Francese. A livello personale il giovane ne esce trasformato: si affaccia in lui il problema religioso, oramai pressante. Lo hanno messo in crisi la passione per la preghiera della popolazione che ha conosciuto e la sacralità dell’ospitalità che gli ha salvato la vita. In città, nei villaggi o nel deserto, soli o in grandi adunate, il canto del muezzin: Allah akbar!, Dio è il più grande, sembra aver su di lui un’attrazione magnetica. I musulmani hanno colpito e commosso Charles anche con un altro atteggiamento: la fedeltà assoluta all’ospitalità. Questa lezione, appresa in condizione drammatiche (rischierà infatti la vita per colpa di una grave carestia e solo la solidarietà della popolazione autoctona lo salverà), farà di lui, anni dopo l’uomo dell’ospitalità, il “fratello universale” che, spinto dall’amore di Cristo, che gli brucia dentro, accoglierà sempre e tutti, di ogni fede, razza e condizione sociale. Ruolo importante nel suo cammino di ritorno alla fede è esercitato dalla cugina Marie de Bondy, che frequenta a Parigi nel periodo di preparazione della pubblicazione di Reconnaissance au Maroc (1883-1884). Poco a poco sente affiorare sulle sue labbra questa strana preghiera, che ripeterà con sempre maggiore insistenza: “Mio Dio, se esistete, fate che vi conosca”. Lentamente si fa strada in lui l’idea di cercare qualcuno che lo aiuti a conoscere meglio la religione della sua infanzia.

Un mattino dell’ottobre 1886 si reca alla chiesa di Saint-Augustin a Parigi a cercare un prete conosciuto qualche anno prima, l’abbé Huvelin. Lo trova al confessionale e gli domanda delle lezioni di religione. In risposta a questa richiesta lo stesso de Foucauld racconta che dopo esser entrato nel suo confessionale ed essersi inginocchiato, lo fece confessare e lo invitò a comunicarsi seduta stante. La grazia irrompe allora nella sua vita. Henri Huvelin sarà il grande e fedele padre spirituale di Charles de Foucauld fino al 1910, anno della morte del primo.

Charles, una volta convertitosi, vuole evitare mezze misure e sogna di farsi monaco: ”Appena credetti che c’era un Dio, capii che non potevo fare altro che vivere per lui; la mia vocazione  religiosa data dalla stessa ora della mia fede: Dio è così grande! C’è una tale differenza tra Dio e tutto ciò che non è lui!” Huvelin però lo guida con calma, aiutandolo innanzitutto ad approfondire la fede ritrovata. Un lavoro impegnativo che si protrae per tre anni con alti e bassi, con momenti di difficoltà e di confusione, come quando cerca di mescolare nella sua preghiera Bibbia e Corano. Tra il 1888 e il 1889 compie un viaggio in Terra Santa e al ritorno l’abbé Huvelin lo orienta verso la Trappa di Notre-Dame des Neiges della diocesi di Viviers (1890). Dopo qualche mese egli è inviato a quella di  Notre-Dame du Sacré Coeur di Akbès in Siria, la più povera dell’Ordine. Qui riceve, attraverso la preghiera, corale e personale, la lectio divina, la lettura spirituale e il lavoro manuale, una formazione solida.

Charles, ora frère Marie-Albéric, rimane ad Akbès sei anni e mezzo. Egli cerca però un’imitazione di Gesù di Nazaret che corrisponda meglio alle sue aspirazioni. Ottenuta la dispensa dunque lascia la Trappa e raggiunge Nazaret il 5 marzo 1897 e qui comincia a scolpire nella propria persona la copia di quel Modello Unico che, giorno dopo giorno, nell’ombra silenziosa del monastero delle Clarisse, che lo hanno accolto come domestico, va scoprendo in tutta la sua travolgente bellezza.

A questo punto pensa di aver toccato finalmente l’approdo dei suoi sogni, però il disegno che il Signore ha su di lui è diverso dal suo, pur bello, ma un po’ egoistico e limitato. Così, dopo aver assaporato la vita di Gesù a Nazaret, riprende il largo: nell’agosto 1900 è ancora a Notre-Dame des Neiges per prepararsi a ricevere il sacerdozio, che per umiltà aveva tenacemente rifiutato. Lo riceve il 9 giugno 1901 da un vescovo missionario, mgr. Montéty, alla presenza del vescovo di Viviers, mgr. Bonnet; quest’ultimo lo accoglie fra le fila  dei suoi preti e gli permette di salpare per l’Africa e così di “irradiare la salvezza tra coloro che sono i più poveri perché non hanno neanche un sacerdote che possa rendere presente Gesù-Eucarestia”. Durante il periodo monastico aveva trascorso lunghe ore ai piedi del tabernacolo o davanti all’ostensorio. Era assai sensibile a questa presenza fisica di Gesù ed appunto in tale contesto eucaristico decide di diventare prete, per poter attuare la presenza reale di Gesù presso le popolazioni più lontane. Ma la sua Nazaret, la Nazaret voluta dal Beneamato Fratello e Signore è in realtà lo sconfinato deserto algerino: prima Beni Abbès, vicino al confine marocchino, fino al 1905, poi Tamanrasset, nel cuore dell’Hoggar, tra i Tuareg, fino alla morte violenta avvenuta il 1 dicembre 1916, per mano di un gruppo di predoni penetrati nel fortino da lui edificato per proteggere la popolazione.

L’intuizione di Charles de Foucauld consiste nel non poter annunciare il Vangelo senza essere pienamente solidali con la vita e la storia delle persone cui si è inviati. Nei suoi appunti scrive: “Io voglio abituare tutti gli abitanti, cristiani, musulmani, ebrei, idolatri, a considerarmi come loro fratello, il fratello universale. Essi cominciano a chiamare la casa: la fraternità (khawa in arabo) e questo mi è caro”. La volontà di condividere pienamente la vita dei Tuareg, Charles l’ha dimostrata chiaramente con l’immenso lavoro al quale ha dedicato molto del suo tempo negli ultimi anni della sua vita; traduce infatti seimila versi di poesie tuareg e crea un vocabolario ricco di disegni e di informazioni sulla cultura tuareg. In una lettera all’abbé Huvelin egli enumera, tra gli altri mezzi di evangelizzazione, la bontà. Sorridere, ridere anche, mostrando i propri denti malconci; i tuareg ne sono fieri, amano ridere, scherzare, essere buffi. E Charles vuole stare al gioco: “Risiedere da solo nel paese è bene, c’è dell’azione, anche senza fare grandi cose, perché quando si diventa del paese, si diventa del tutto avvicinabili e piccoli.”

Charles de Foucauld ha frequentato Gesù di Nazaret e Gesù ha evangelizzato a poco a poco “l’infedele” che egli era e si definiva sempre. Evangelizzando egli è stato evangelizzato. Quest’uomo al di fuori delle categorie, che “ha perso il suo cuore per Gesù di Nazaret”, ci è fratello e prossimo anche per i suoi limiti, i suoi difetti, le sue debolezze, le sue contraddizioni, i suoi errori. Ci è fratello per la sua lotta continua alla ricerca, per le sue esitazioni e i suoi momenti d’incertezza. Ci è fratello per la sua umanità bisognosa di salvezza.

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BIBLIOGRAFIA 

Cruz Oswaldo Curuchich Tuyuc, Charles de Foucauld e René Voillaume, Assisi 2011

C. Foucauld (De), La vita nascosta. Ritiri in terra santa (1897-1900), Roma 1974

C. Foucauld (De), Lettres à Henry de Castries, Parigi 1938

 

Charles de Foucauld: Una vita alla ricerca dell’assoluto di Dio.
Autore: Prof.sa Nadia Gabrielli

La spiritualità fouculdiana

Fratel Carlo di Gesù è un personaggio inusuale, lontano dall’immagine stereotipata del santo che, riprodotta nell’agiografia tradizionale è divenuta  parte dell’immaginario collettivo.

Charles de Foucauld si presenta a noi in una apparente insignificanza: uomo del deserto che muore da solo, ucciso, povero, senza “fratelli”, in un luogo – Tamanrasset – lontano dal mondo, tra credenti musulmani che non si convertiranno alla fede in Gesù. Eppure la traccia spirituale che lascia sarà seguita, dopo la sua morte, poco alla volta, da un gran numero di discepoli che fonderanno diverse famiglie spirituali a partire dal suo insegnamento.

La sua figura si presenta a noi nell’interezza di un cammino che ha conosciuto diverse fasi nella sua vita, dal vivere senza Dio fino all’abbandono totale alla Sua volontà, con una varietà e verità in cui si può riconoscere un paradigma della ricerca spirituale dell’uomo, di ieri come di oggi.

Fratel Carlo si inserisce nella scia dei cercatori di Dio che, mossi dal desiderio inscritto nel cuore dell’uomo da Dio stesso, non cessano di cercare senza posa fino all’ unione con Lui, fonte della verità e della felicità. (CCC, 27) Del resto le inquietudini, la radicale ricerca di senso e l’incontro con l’assoluto di Dio, hanno attraversato la storia dei grandi maestri spirituali, da san Paolo a sant’Agostino, da san Francesco a sant’Ignazio di Loyola. Un esempio è il ben noto brano delle Confessioni di Sant’Agostino: “Ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te”(Confessioni 1,3).

Anche l’animo ribelle e in continua ricerca di Charles, dopo un percorso travagliato, fatto degli eccessi della vita mondana, viene “afferrato da Dio”. A proposito di questa esperienza egli stesso racconta: «Come credetti che c’era un Dio, compresi che non potevo far altro che vivere per Lui solo». E così fu per il resto della sua vita.

La preghiera d’abbandono “Padre mio”(rif. Lc 23,46), da lui elevata a Dio nella maturità spirituale, esprime mirabilmente questo atto di amore dell’anima che, avendo conosciuto il suo Creatore, si affida a Lui senza riserve: “Io mi abbandono a Te, fa di me ciò che ti piace! … Rimetto la mia anima nelle tue mani, te la dono, mio Dio, con tutto l’amore del mio cuore, perché ti amo.” Una preghiera dove si può ritrovare la stessa sapienza espressa nel salmo 130: “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia”. Siamo di fronte all’atto di fiducia che risuona solo nel cuore di chi, avendo scoperto di essere amato, si abbandona all’azione divina e si lascia trasformare dalla Sua presenza.

Poco importa come un uomo arrivi a conoscere Dio. Ogni uomo ha un suo percorso spirituale unico e irripetibile, trasmissibile agli altri come traccia per il cammino personale lungo il quale il Signore conduce ciascuno dei suoi figli. Il gran numero di famiglie fouculdiane sono per noi il segno della fecondità spirituale di Charles de Foucauld . Guardiamo a lui dunque per il nostro percorso spirituale, ma tenendo presente questo suo suggerimento riguardo ai santi: “Approfittiamo dei loro esempi, ma senza fermarci a lungo né prendere per modello completo questo o quel santo, e prendendo di ciascuno ciò che ci sembra più conforme alle parole e agli esempi di nostro signore Gesù, nostro solo e vero modello”.

 

 

Quali sono i tratti  distintivi della spiritualità di Fratel Carlo?

Proponiamo alcune possibili chiavi di lettura, per muoversi nella conoscenza della spiritualità di Charles de Foucauld, rimandando ovviamente ai suoi scritti e a quelli dei suoi studiosi, per una conoscenza approfondita ed esaustiva.

Una spiritualità cristocentrica: Gesù è il “Modello unico”

Con la conversione inizia per fratel Carlo un progressivo cammino di conformazione a Gesù, nell’imitazione di quello che, per tutta la sua vita, sarà per lui il “Beneamato fratello e Signore Gesù” il “Modello unico” da seguire:

“Seguiamo questo modello unico e saremo sicuri di fare parecchio bene, perché in tal modo non saremo più noi a vivere, ma sarà lui a vivere in noi; le nostre azioni non apparterranno più a noi, umani e miserabili, ma a lui, e saranno perciò divinamente efficaci”.
(Lettera a padre Charles Guérin, 15 gennaio 1908)

Questa sequela per Charles de Foucauld può avvenire solo se guidati dalla Parola stessa che ci permette di conoscere Gesù attraverso la lettura, meditazione e contemplazione dei Vangeli:

“Leggere e rileggere incessantemente il santo Vangelo per avere sempre dinanzi alla mente gli atti, le parole, i pensieri di Gesù, al fine di pensare, parlare, agire come Gesù”.  

E’ un processo di assimilazione-imitazione, che richiede pazienza e costanza per far sì che gli esempi e le parole di Gesù “facciano nelle nostre anime come la goccia d’acqua che cade e ricade su una lastra di pietra sempre allo stesso punto” (Lettera a Louis Massignon, 22 luglio 1914) e divengano poco a poco un tutt’uno con noi, impregnandoci dello spirito di Gesù.

Spiritualità di Nazareth

Nell’esperienza monastica della Trappa, Charles non trova la perfetta imitazione di Gesù che va ricercando, pertanto, sentendosi chiamato all’unione con Cristo nell’umiltà, abiezione, silenzio e povertà più totali, decide di trasferirsi a Nazareth e lì vivere imitando i trenta anni di vita nascosta di Gesù. Questa esperienza diverrà un elemento portante della sua spiritualità. E’ a Nazareth che la Parola di Gesù diverrà la Persona di Gesù, il “Beneamato fratello e Signore Gesù“ il “Modello unico” che egli non avrebbe mai più abbandonato. A Nazareth fratel Carlo vivrà nel nascondimento, nell’umiltà del lavoro manuale e nella preghiera incessante con particolare dedizione all’adorazione prolungata che costituirà un punto fondamentale della sua spiritualità. La vita di Nazareth rappresenta per Charles de Foucauld l’immersione nell’interezza del mistero di Cristo.

“Mi sono stabilito a Nazareth … Il buon Dio m’ha fatto trovare qui, per quanto perfettamente è possibile, quel che cercavo: povertà, solitudine, abiezione, lavoro umilissimo, oscurità completa, l’imitazione, perfetta nella misura del possibile, di ciò che fu la vita di nostro Signore Gesù in questa Nazareth… ho abbracciato qui l’esistenza umile e oscura di Dio, operaio di Nazareth” (Lettera del 12 aprile 1987, a Luigi de Foucauld).

Ecco le virtù caratteristiche di una vita “nascosta”: la preghiera continua, il silenzio, la povertà estrema, il nascondimento, il lavoro manuale. Il valore di Nazareth però si estende e richiede di entrare nel significato dell’atteggiamento di Dio che vuole “nascondere” la presenza del Figlio nella più insignificante condizione umana, nella condizione ordinaria e umile di un operaio che vive in un piccolo e disprezzato paese.

Per Charles non si tratterà solo di imitare la vita di “Gesù a Nazareth” ma di entrare nel cuore del mistero della vita di “Gesù di Nazareth” che, incarnandosi nella vita degli uomini, ne opera una redenzione radicale operando dal di dentro.

“Dio in Gesù di Nazareth si fa prossimo. Dio che conosceva l’uomo da lui creato, modellato e fatto simile, viene, assume e condivide la sua vita. Egli lo conosceva dall’esterno, ora vive e fa esperienza della realtà dell’uomo “ (p.184) 

Il significato profondo dell’esperienza di Nazareth dunque, non è tanto nella vita nascosta di Gesù ma nell’incarnazione del Figlio unigenito nel quotidiano degli uomini. La salvezza è per tutti, non c’è realtà umana, per quanto povera, che non sia stata amata e redenta dal suo Salvatore: a Nazareth tutti gli uomini e la loro intera vita sono stati salvati.

Spiritualità del deserto 

Il deserto è il “luogo” dell’ascolto per eccellenza, un luogo che può favorire la conversione interiore nel momento in cui l’uomo, cessata ogni fuga, si dispone all’accoglienza di Dio nel sentiero segreto dell’interiorità e, sperimentata la propria piccolezza e nullità, si lascia inondare dalla Sua presenza.

Bisogna passare attraverso il deserto e dimorarvici, per ricevere la grazia di Dio; è là che ci si svuota, che si scaccia da noi tutto ciò che non è Dio e che si svuota completamente questa piccola casa della nostra anima per lasciare tutto il posto a Dio solo … E’ indispensabile … E’ un tempo di grazia … E’ un periodo attraverso il quale ogni anima che vuol portare frutti deve necessariamente passare … Più tardi l’anima porterà frutti esattamente nella misura in cui si sarà formato in essa l’uomo interiore.” 

(Lettera a padre Girolamo, 19 maggio 1898)

Nella spiritualità fouculdiana il deserto dunque, non rappresenta un luogo geografico o una tappa definitiva, ma un periodo, un passaggio attraverso il quale l’uomo, che ha fatto posto a Dio nella sua vita, si incammina per portare frutto nel mondo. L’opera di Charles si compirà tra i più poveri da lui identificati con i Tuareg del Sahara:

 

“Pregate per me affinché io sia quel che devo essere in mezzo a questi Tuareg presso i quali torno, affinché si faccia un po’ di bene fra queste anime per le quali Nostro Signore è morto.  Si dà nella misura in cui si possiede” (Lettera a Maria de Bondy del 22 luglio 1907).

 

fratello universale

La vita di Charles de Foucauld si spenderà fino alla fine nella testimonianza di una fraternità universale verso tutti:

« Voglio abituare tutti gli abitanti cristiani, musulmani, ebrei e idolatri a considerarmi come loro fratello, il fratello universale. Essi Iniziano a chiamare la mia casa la “Fraternità”, e ciò mi è dolce… »
(7 gennaio 1902, alla Signora de Bondy)

Farsi fratelli universali per Charles significa una chiamata ad incarnare l’amore e il servizio tra i più poveri e abbandonati mediante l’amicizia e la testimonianza silenziosa. Nella sua permanenza nel deserto non convertirà nessuno, la sua sarà una presenza amorevole e caritativa nell’imitazione del suo unico modello Gesù. Vivendo lunghe ore del giorno e della notte in adorazione eucaristica, renderà   presente in questo modo  tra i Tuareg  Gesù-amore che continuamente si dona agli uomini:

      “Grazie a questa presenza di nostro Signore sempre esposto nella santa ostia, i popoli circostanti sono meravigliosamente santificati … E per questa presenza di nostro fratello Gesù, la nostra vita diviene la vita della divina casa di Nazareth, vita deliziosa e felice, passata… nella visione continua del nostro beneamato Gesù”. “  (DR,113-114)

E così vivrà fino alla fine, facendosi “fratello universale” di ogni uomo, in Gesù, con Gesù e per Gesù.

L’amicizia con Gesù, Nazareth, Fratello Universale.
Autore: don Luigi Romano

Charles de Foucauld e una parrocchia, perché?

La domanda posta in questo terzo paragrafo è legittima e certo molti se la sono fatta e me l’hanno rivolta. Ricompongo qui le varie motivazioni che riflettendo, passo dopo passo, ho dato alle persone, ma per prima è necessario che riporti la più reale. Ricordo con gioia, vi sembrerà assurdo, il momento più buio della mia vicenda vocazionale; iniziava il mio terzo anno di seminario ed ero ormai deciso ad uscire, non sapevo di preciso cosa si muovesse in me ma avvertivo che in quel mio “farmi prete” c’era qualcosa di inautentico, condizionato, formale e soprattutto avvertivo forti i lacci delle aspettative che gli altri avevano su di me e tutto ciò aveva fatto dileguare le mie motivazioni, molto radicate nella bella esperienza di vita ecclesiale vissuta nella mia diocesi fino ad allora e alle luminose testimonianze di vita sacerdotale incrociate sul mio cammino.

Avevo bisogno di nuove motivazioni, personali, radicali e che mi facessero sentire libero. Incrociai così nelle mie letture la figura di fratel Carlo, in special modo attraverso il libro “Come Loro” di padre Rene Voillaume, il fondatore ufficiale dei piccoli fratelli e anche grazie all’amicizia con due persone già “contagiate” dall’intuizione fondamentale di questo moderno padre del deserto. L’intuizione di cui parlo allora mi suonava grosso modo così: “se anche pensi che fare il prete possa essere una vita sprecata non importa, sprecare la vita per Cristo non è mai perderla”. Mi consolava enormemente l’inutilità e gli insuccessi di un uomo nel deserto che sta di fronte al Signore Gesù nell’Eucaristia, attorniato da sabbia e indifferenza e pensare che questo gli bastava a dare senso alla sua vita. Imparai a dare del tu a Gesù … non in maniera affettata e devozionale, ma nel radicalismo di chi ha bisogno di un centro unificatore della vita e questo, ritengo, salvò la mia vocazione. Il merito di questa “ripresa” gioiosa del mio cammino di ricerca non lo attribuisco certo a fratel Carlo ma alla misericordia di Dio che, attraverso questa figura, mi ha toccato il cuore.

Poco dopo la nomina a parroco di Bracciano Nuova, cercai gradualmente di appropriarmi dell’identità della mia nuova comunità parrocchiale ed una cosa di cui presto mi resi conto fu un’indubbio desiderio di identità. Una comunità piccola, coraggiosa, pioniera in un nuovo quartiere e nata come dalla costola delle comunità limitrofe attraverso l’infaticabile opera di don Giorgio Lanari, già parroco di Pisciarelli e il successivo contributo di don Nicola Fiorentini, parroco del centro. Lo stesso titolo, Santissimo Salvatore, non fu scelto a caso; è di fatto il titolo della festa di tutta Bracciano ed è solennemente festeggiato dalla nostra parrocchia sorella di Santo Stefano P.M. e ciò comportava di fatto il non poterlo festeggiare in parrocchia.

Per non perdere il riferimento a Cristo, consegnatoci dal titolo, don Giorgio istituì come festa parrocchiale quella del Sacro Cuore, festa che di fatto la parrocchia ha sempre vissuto e tutt’ora vive, benché schiacciata da altri analoghi festeggiamenti che si vivono nelle parrocchie limitrofe. Non ero alla ricerca di un momento aggregativo e festaiolo esclusivo, ma di nuovo, come nella mia ricerca vocazionale, ero alla ricerca di un’intuizione, di un centro unificatore.

Non ricordo bene come avvenne, ma cominciai ad accarezzare l’idea di affidare il cammino della parrocchia alla figura di un Santo, uno che fornisse una linea spirituale semplice, attuale, e incentrata sulla figura di Gesù, come del resto ci consegnava la nostra storia comunitaria. Attinsi, e come poteva essere diversamente, alla mia vicenda personale e dal povero cappello della mia spiritualità emerse il Visconte De Foucauld. Mi diedi dunque da fare per spiegare alla mia comunità che tale scelta non era di rimpiazzo al passato, né lo stravagante orpello scelto dal giovane e inesperto neo parroco per metterci a tutti i costi del suo, ma nasceva da un intuizione che avvertivo come necessaria e ben integrata. Spiegai la cosa al Vescovo  che paternamente mi disse: “il pastore sei tu, se avverti questa scelta come necessaria, parlane alla tua comunità e chiedile che si fidi di te”. Dissi lo stesso a dei collaboratori ed alcuni con entusiasmo, altri con curiosità, altri con diffidenze e preziosissimi dubbi, accettarono di iniziare questo cammino di conoscenza. 

Tale cammino è stato portato avanti con fedeltà e dai convegni annuali, fatti in occasione dell’anniversario della nascita del Beato (il 15 settembre 2013 si è tenuto già il terzo convegno), e dalle visite alle fraternità dei piccoli fratelli e sorelle (Tre fontane, Sassovivo, Goleto, Fermo), e da un graduale accostamento al suo stile di preghiera, basato sulla meditazione della Parola di Dio (da farsi sempre armati di carta e penna) e sull’adorazione eucaristica che ad oggi in parrocchia si tiene tutti i giorni dalle 6:45 fino alle 9:00, il venerdì sera dopo la messa e una volta al mese dalle 20:00 alle 23:00.

Come principi di adeguamento della spiritualità fouculdiana a quella di una parrocchia ne individuammo fin dal primo convegno tre, ed è ricordandoli che chiudo questo mio breve intervento, ben sapendo che il cammino di cui parlo è tutt’altro che compiuto ma possiamo ben pensare di essere solo agli inizi di questa bella avventura.

Primo: l’intimità con Gesù

Come giustamente ricordato nel secondo paragrafo di questo capitolo, se si sceglie la figura di un Santo lo si faccia pensando che essa non ci deve offrire un modello, ma aiutare ad imitare il Modello Unico che è Gesù. Con fratel Carlo ciò è inevitabile, oserei dire che è una figura scivolosa, non se ne può parlare senza concludere che l’unica cosa che ha da consegnarti questa figura è il suo radicale amore per il suo beneamato fratello Gesù. E quali sono i leitmotiv del suo linguaggio “gesuano”? Il Salvarore, il Sacro Cuore!!! Termini che ci calzano a pennello!

Ancor di più però, nel cammino di fede comunitario, avverto come traguardo calzante e necessario, la comprensione e il conseguimento dell’intimità con Gesù. La decadenza del formalismo cultuale, della ritualità e del costume religioso, come anche la crisi antropologica dell’uomo di oggi ci richiedono di giungere, nella fede, ad un faccia a faccia col mistero della persona di Gesù, per ridare slancio ai nostri passi. Sento che di questo  elemento che caratterizza l’esperienza di Charles De Foucauld, ne abbiamo profondamente bisogno, noi come qualsiasi comunità parrocchiale.

Secondo: Nazareth

Una preziosa osservazione mi giunse, nei primi tempi di questa faticosa scelta; <se cerchiamo un titolo per la Chiesa, perché non qualcosa di più popolare e semplice tipo “Santa Famiglia di Nazareth” che sarebbe anche più adeguata ad una parrocchia, piuttosto che la figura di un monaco vissuto solo, in un deserto e che in parrocchia ci ha passato veramente poco tempo?>. Osservazione puntuale e precisa e che avvertii come illuminante più che avversativa: Nazareth, il mistero dell’essere famiglia, una parrocchia, famiglia di famiglie in un mondo difficile e in una società sempre più disgregata. E non è forse Nazareth, il mistero della vita nascosta di Cristo, il volano attorno a cui ruota la vicenda fouculdiana? Non è forse il desiderio di mettersi alla scuola della Santa Famiglia (esperta nel soffrire, come diceva Paolo VI) che porta l’inarrestabile Carlo di Gesù a lasciare la Trappa per andare a vivere a Nazareth, a fare il giardiniere delle suore … tutto pur di stare nelle vie, nei luoghi che furono quelli di Maria, Giuseppe e il bambino Gesù, dove germogliò e fu allevato il Salvatore del mondo.

Terzo: Fratello universale

Terza intuizione: quando Charles De Foucauld ha interiorizzato Nazareth è pronto a partire e tornare nella sua Africa, dove la sua ricerca di Dio è iniziata, per portare con la sua silenziosa presenza la “Sua Presenza” in mezzo ai lontani. Non è forse questo il compito odierno delle parrocchie? Portare in maniera silenziosa e discreta la presenza di Dio in un mondo “lontano”, che ha finito per avvertire il religioso come presenza minacciosa, che si è imbiancato di laicismi e che è sempre più smarrito in deserti di senso. Come rispondere a questo clima? Intraprendendo nuove crociate nutrite di fondamentalismi e scelte fortemente identitarie? O non piuttosto mettendosi in questa linea morbida e accogliente di uno che si è dato il proposito di essere ostinatamente fratello di tutti, anche di chi lo rifiuta, perché attraverso la sua ricerca di una vita “differente” e “buona” si scopra nuovamente la Santità e la bontà di Dio per giungere a dire di nuovo: Padre mio … io mi abbandono a Te!